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Ein Brief von Arianna Farinelli

Arianna Farinelli wurde 1975 in Rom geboren. 2009 schloss sie mit einem Ph. D. in Political Science an der Universität New York ab, wo sie seit 2010 lehrt. Sie lebt mit ihren beiden Kindern in New York. Im S. Fischer Verlag erscheint im Frühjahr 2021 ihr erster Roman.

Lettera dalla quarantena

New York, 2 aprile 2020 

Cara nonna,

Sono passate già tre settimane dal giorno in cui sei morta, un pomeriggio piovoso di primavera all’inizio di marzo. Sei morta sola, in una casa di riposo alla periferia di Roma dove vivevi da quasi due anni e dove da una settimana non consentivano più a nessuno di farti visita. Una brutta bronchite o forse un ictus, così almeno ci hanno detto alla casa di cura. Avevi smesso da una settimana di mangiare, proprio tu che in tutti questi anni avevi mantenuto un buon appetito, forse un modo per attaccarti alla vita. Le infermiere, voglio che tu lo sappia, hanno pianto tutte il giorno in cui sei morta. Ti volevano bene anche se da tanto tempo non parlavi, non riconoscevi più nessuno.

Oggi ti scrivo per dirti che quel giorno di marzo in cui tu morivi lontano da tutti, in Italia era arrivata la pandemia. Probabilmente se te lo avessi detto allora, e se tu fossi stata in grado di capirmi, mi avresti chiesto di ripetere quella parola. Poi avresti ammesso nel tuo allegro dialetto romanesco, che oggi vorrei tanto risentire, che di quella parola non conoscevi neppure il significato. Ti devo confessare, nonna, che neppure io ne conosco il significato, non della parola in sé, ma di quello che sta accadendo e delle conseguenze che avrà sul mondo e sulla storia.

La bestia, l’ultima delle piaghe bibliche, la vendetta della natura contro l’uomo, la peste degli anni 2000, la guerra contro il nemico invisibile, l’Apocalisse. Oggi la definiscono in tanti modi la pandemia. Eppure, per settimane, abbiamo ignorato il pericolo e deriso gli allarmi, io per prima. Era come se ciò che stava accadendo altrove non ci riguardasse in alcun modo, come se l’essere un paese occidentale ci avrebbe messo a riparo dal male. Ma la pandemia aveva una lezione per tutti. Nel mondo di oggi, che è un mondo globale e interconnesso, siamo tutti irrimediabilmente interdipendenti. Avrei dovuto saperlo bene, insegno un corso sulla Globalizzazione all’università. Eppure, in quelle settimane, non l’avevo capito. Sono stata una cattiva allieva di me stessa. E forse per questo, mentre ti scrivo, mi torna in mente una frase di Lorenz: può il battito d’ali di una farfalla scatenare un tornado dall’altra parte del mondo? 

Il giorno in cui sei morta, nonna, il governo ordinava alla popolazione italiana di rimanere a casa. Le persone della tua età, ma anche quelle più giovani, da giorni avevano cominciato ad ammalarsi e a morire per colpa di un virus sconosciuto. E così le scuole venivano chiuse. I negozi e i ristoranti abbassavano le saracinesche. Gli uffici chiedevano ai dipendenti di lavorare da casa. Le fabbriche chiudevano i cancelli. E tuttavia, tra i pochissimi negozi ancora aperti, restavano le edicole, come quella dove hai lavorato tu fino a qualche anno fa, prima dell’Alzheimer. Libri e giornali beni essenziali almeno quanto la farina, la pasta e le uova, che in questi giorni sono quasi del tutto spariti dagli scaffali dei supermercati di New York. All’edicola le persone possono ancora incontrarsi, scambiarsi il buongiorno, parlarsi attraverso la tela di una mascherina. Gesti veloci, timorosi, ma comunque umani. Il quotidiano in una quotidianità stravolta.

C’è una cosa che non sai e che tengo a dirti. Proprio in questi giorni, in quelle edicole, c’è anche qualcosa di mio: il mio primo romanzo è uscito in Italia un mese prima della pandemia. Se tu lo avessi saputo, se in qualche modo fossi riuscita a superare quel muro di incomunicabilità che ti aveva confinata in una dimensione lontana, ne saresti stata orgogliosa. Chi lo avrebbe immaginato che una sera di gennaio, mentre tu eri in una casa di riposo per anziani non autosufficienti, io sarei andata in televisione a presentare il mio libro. E proprio quella sera, per coincidenza, le edicole italiane sarebbero rimaste aperte fino a tardi per »la notte bianca,« una protesta organizzata per sensibilizzare i cittadini sul ruolo sociale delle edicole che stanno pian piano scomparendo. E in televisione proprio quella sera mi sarei ritrovata a parlare anzitutto di te, del tuo lavoro, dell’edicola dove sono cresciuta, dove ho imparato a leggere, dove è nato il mio amore per la parola scritta. Vedi nonna, in questi anni in cui tu non ricordavi più nulla, le persone hanno cominciato a leggere libri e giornali sulla rete e le edicole si sono spopolate. Eppure, proprio ora, nel mezzo della pandemia, le edicole sono tornate a svolgere una funzione sociale essenziale. Ognuno di noi è così affamato di quel quarto d’ora d’aria in cui ci è concesso uscire, di quell’incontro per quanto breve con un volto familiare – che non sia però un volto di famiglia – che tanti sono tornati ad acquistare il giornale in edicola.

È nella tua edicola che sono cresciuta. I miei primi ricordi d’infanzia sono legati ad un vecchio bancone di ferro dove tu sistemavi le copie dei giornali e io appiccicavo le figurine delle principesse. Mi mettevi a sedere lì, tra il Paese Sera e Il Messaggero, e mi insegnavi ad associare le lettere ai suoni, a pronunciare i dittonghi. È così che ho imparato a leggere. Alle bambine si dice sempre che sono belle. A me dicevi che ero intelligente. L’edicola era rovente d’estate, gelida d’inverno.  Una volta si aprì una falla nel tetto e alla prima pioggia si allagò tutto. Quando arrivai ti vidi in ginocchio sul pavimento che cercavi di asciugare l’acqua con un vecchio straccio. Avevi messo bacinelle ovunque, con un telo di plastica avevi coperto i pochi giornali ancora asciutti. Imprecavi contro i proprietari del chiosco che non volevano riparare la falla. Avevi i geloni alle mani. La gola infiammata dalla tosse. Ricordo le tue dita sporche d’inchiostro. Sul pollice destro ormai non andava più via. Era penetrato sottopelle, si era insinuato sotto l’unghia.  Sapevi bene quale quotidiano comprasse ogni cliente. Li conoscevi tutti per nome. Arrivavano operai alla fine del turno e camionisti affaticati dalle lunghe ore alla guida. Venivano prostitute a comprare romanzi d’amore e vecchi ubriaconi a chiedere soldi per una bevuta. A volte eri brusca. Con gli ubriaconi non avevi pazienza. C’erano tante riviste pornografiche nella tua edicola. Signore dai grandi seni nudi che mi guardavano dalle copertine. Una di loro qualche anno più tardi sarebbe diventata parlamentare della Repubblica. Lo scoprii una sera che eravamo sedute nella tua cucina a guardare il telegiornale. 

I parenti ti giudicavano severamente. Eri separata. Vivevi sola. Parlavi male della Democrazia Cristiana. Non andavi mai a messa. Imprecavi in continuazione. Chi lo avrebbe mai immaginato che alla fine saresti morta religiosa, che ogni domenica negli ultimi anni della tua vita saresti andata in chiesa. Per questo mi dispiace anche di più che tua sia morta senza un funerale. I funerali sono proibiti al tempo della pandemia. Non abbiamo potuto salutarti, né portarti dei fiori. Io sono rimasta a New York. Hanno chiuso lo spazio aereo. A nessuno è consentito viaggiare.

In questi giorni sono sola in casa con i miei figli. Vedi, nonna, due anni fa mio marito mi ha lasciata. È successo una mattina all’inizio dell’estate. Mi ha svegliata molto presto, si è seduto sul letto accanto a me e mi ha detto che se ne andava. Sono venuta a dirtelo un pomeriggio di luglio alla casa di cura, appena arrivata a Roma. Ti ho raccontato tutta la storia come se la stessi raccontando a me stessa per la prima volta. Ero convinta che in quel luogo remoto dove ti trovavi non potessi sentirmi. E invece tu all’improvviso hai aperto gli occhi e hai detto »Arianna, sei tu, che piacere vederti!« Ecco quella è stata l’ultima volta che mi hai parlato. Ci siamo ritrovate per un breve momento e poi perse di nuovo. Sono contenta che tu allora non lo abbia capito. Ti saresti arrabbiata. Ne avresti sofferto. Quello è stato un periodo molto difficile per me e per i ragazzi. Ora però è meglio. Dopo il dolore iniziale, siamo riusciti in qualche modo a riavvicinarci. Non viviamo più insieme ma ci vogliamo bene. Siamo rimasti comunque una famiglia. Non so se lo ricordi ma lui è medico. In questi giorni di pandemia il suo studio è chiuso. I pazienti li cura al telefono. Proprio ieri però mi ha detto di voler lavorare come volontario nelle terapie intensive. Servono medici. E quindi forse per molte settimane non lo vedremo più. Ora per la prima volta da quando è iniziata la crisi ho davvero paura. I medici cominciano a morire anche qui. Vedi nonna, vorrei solo che alla fine di tutto questo, quando usciremo di nuovo, non mancasse più nessuno all’appello. Vorrei solo poter riabbracciare tutti.

A New York sono quasi tre settimane che siamo chiusi in casa. Non ti sarebbe piaciuta la città se l’avessi visitata negli anni in cui stavi bene. Caotica, sporca, sgarbata, forse in questo del tutto simile a Roma, ma più affollata, più compressa, più fredda. Forse invece l’avresti amata così com’è oggi, vuota, silenziosa, malinconica. L’aria è tornata finalmente pulita, l’acqua del fiume sembra a tratti più limpida. La primavera quest’anno è in anticipo. Sono sbocciati i ciliegi e le magnolie. La forsizia è in piena fioritura. Sono tornate le gru dal sud. I corrieri cinguettano nel silenzio. Sai come tengono lontani i predatori dal nido? Attirano la loro attenzione fingendo di avere un’ala spezzata. È una primavera crudele questa. In città i negozi sono chiusi da giorni. Gli scaffali dei supermercati sono vuoti come dopo un saccheggio. Gli americani comprano farina, carta igienica e munizioni. Si temono rivolte e disordini sociali. La gente ha paura e compra armi. Oggi a New York viviamo in un regime di lockdown e shelter in place. Sono parole che ho imparato a conoscere all’università quando ci hanno spiegato come comportarci in caso di sparatoria. Se c’è un killer è bene chiudersi dentro. Bisogna spegnere le luci dell’aula e fare silenzio, aspettare che l’assassino venga catturato. Bisogna stare dentro anche se fuori le persone gridano, anche se vengono raggiunte dalle pallottole. Non è molto diverso ora. C’è un killer invisibile là fuori. Bisogna aspettare che passi. Gli ebrei in Egitto avevano cosparso le porte con il sangue d’agnello, me lo raccontavi spesso quando ero bambina. Chiedevano all’angelo della morte di passare senza fermarsi, di risparmiare le loro case. Oggi risparmierà anche la mia? A New York rimbombano le sirene delle ambulanze. Ci sono lunghe file fuori dal pronto soccorso degli ospedali. I camion frigoriferi vengono a caricare i cadaveri. Ascolto mio figlio in teleconferenza con la sua insegnante. Stanno leggendo Charles Dickens, Storia di due città. È davvero la storia di due città questa. C’è la New York dei ricchi, ora quasi tutti scappati agli Hamptons, e quella dei poveri che devono continuare a lavorare perché svolgono servizi essenziali. Il contagio è più diffuso tra loro. La povertà è la più pericolosa delle malattie. Vedi, nonna, in America essere povero è quasi una colpa. Se sei ricco vuol dire che hai messo a frutto i talenti che Dio ti ha dato. Se sei povero c’è la concreta possibilità che tu non abbia lavorato abbastanza. Secondo Max Weber è l’individualismo della cultura protestante che ci induce a pensarla così. Questo Paese dà una possibilità a tutti, lo dice il mito del Sogno Americano. Se non la cogli è colpa tua.

Dieci milioni di persone hanno perso il lavoro solo nelle ultime due settimane. Trenta milioni di persone non hanno l’assicurazione sanitaria. A New York i grandi magazzini Macy’s e Bloomingdales, che tanto piacevano ai turisti, hanno licenziato 130 mila persone. La metropolitana ha già dichiarato fallimento. Le mense delle scuole sono rimaste aperte per sfamare 750 mila bambini che vivono sotto la soglia di povertà. Molti dei ristoranti e dei piccoli negozi non riapriranno più. Si perderà il senso di comunità che in questa città di grandi banche e corporations si stenta sempre a trovare. Forse è questa la guerra moderna, nonna. Credo che tu avresti sopportato bene questi giorni di quarantena. Durante la guerra, portavi da mangiare a tuo fratello partigiano che era nascosto in montagna. Avevi dodici anni ed era pericoloso uscire. Le ragazzine venivano stuprate se trovate in strada da sole. Correvi veloce tra i campi, le ginocchia sbucciate, le gambe graffiate dai rovi.  Questa è una guerra strana, nonna. Si muore da soli, senza familiari, senza un funerale. Il medico dell’ottavo piano lo hanno portato via la scorsa settimana. Il portiere mi ha detto che è stato intubato. Non conosciamo i vicini di casa a New York. Troppe persone, troppi appartamenti. Volevo scrivere loro un biglietto e lasciarlo scivolare sotto la porta ma non ho trovato le parole.

 Una nave ospedale è arrivata da pochi giorni nel porto di New York. Al Javis Center di Manhattan hanno già creato mille posti letto. Al Central Park è stato allestito un ospedale da campo. La General Motors e la Ford hanno riconvertito la produzione di automobili, da oggi fabbricheranno solo respiratori. L’Empire State Building si tinge di rosso ogni sera. Sulla cima un faro pulsa come il lampeggiante di un’ambulanza. Le pandemie cambiano la storia, nonna. Atene perse la guerra contro Sparta a causa della peste. Morì anche Pericle e, come racconta Tucidide, gli ateniesi smisero di obbedire alla legge perché pensavano di dover morire. Gli americani credevano che qui il virus non sarebbe arrivato. Noi siamo »la città splendente sulla collina,« i benedetti da Dio, quelli che stanno sempre dalla parte giusta della storia. Si chiama American exceptionalism. Ma le cose non stanno così. Abbiamo perso tempo, non ci siamo preparati. Pensavamo di essere al riparo, di essere migliori. Da politologa dovrei cercare di capire cosa accadrà dopo. L’America perderà la sua egemonia? Ci sarà un’altra guerra? Le democrazie fragili diventeranno autarchie? Sopravviverà l’Unione Europea? Scoppieranno disordini sociali? Il Presidente vincerà anche le prossime elezioni? Quando troveremo un vaccino? Ho disinfettavo la maniglia della porta di casa oggi? Quanti guanti di lattice mi sono rimasti? E quanti rotoli di carta igienica? I miei figli passano troppo tempo con lo smartphone? Alla fine della pandemia mi verrà naturale stringere mani e abbracciare persone? Tornerò ad innamorarmi di nuovo? Non so rispondere a nessuna di queste domande. Per ora l’unica certezza è questa lettera, è la scrittura. Più tardi scenderò in strada. Camminerò in fretta lungo la promenade. Mi avvicinerò alla balaustra di ferro e la farò cadere nel fiume. Sono sicura che la riceverai. Sei arrivata alla foce prima di me. Ora aspettami in alto mare.

Arianna

 

Brief aus der Quarantäne 

New York, 2. April 2020 

Liebe Oma, 

drei Wochen sind schon vergangen seit dem Tag, an dem du gestorben bist, ein regnerischer Frühlingsnachmittag Anfang März. Du bist allein gestorben, in einem Altersheim am Stadtrand von Rom, in welchem du seit ungefähr zwei Jahren lebtest und in dem sie eine Woche vor deinem Tod niemandem mehr erlaubten, dich zu besuchen. Eine schlimme Bronchitis oder vielleicht ein Schlaganfall, das war es zumindest, was uns das Pflegeheim mitteilte. Seit einer Woche hattest du aufgehört zu essen, ausgerechnet du, die du all die Jahre deinen gesunden Appetit behalten hast, vielleicht deine Art, dich ans Leben zu klammern. Die Pflegerinnen, ich will, dass du das weißt, weinten den ganzen Tag, als du gestorben bist. Sie hatten dich gern, auch wenn du seit langer Zeit nicht mehr gesprochen hast, niemanden mehr erkannt hast. 

Ich schreibe dir heute, um dir zu sagen, dass an jenem Tag im März, als du weit weg von allen gestorben bist, die Pandemie bereits in Italien angekommen war. Wenn ich dir das damals gesagt hätte und du in der Lage gewesen wärst, mich zu verstehen, hättest du mich wahrscheinlich gebeten, dieses Wort zu wiederholen. Dann hättest du in deinem fröhlichen römischen Dialekt, den ich heute so gerne noch einmal hören würde, zugegeben, dass du nicht einmal weißt, was dieses Wort bedeutet. Ich muss gestehen, Oma, dass ich auch nicht weiß, was es bedeutet, nicht das Wort an sich, sondern das, was gerade passiert und die Konsequenzen, die es für die Welt und die Geschichte haben wird. 

Die Bestie, die letzte der biblischen Plagen, die Rache der Natur gegen den Menschen, die Pest der 2000er Jahre, der Krieg gegen den unsichtbaren Feind, die Apokalypse. Heute gibt es viele Arten, die Pandemie zu definieren. Und doch haben wir die Gefahr wochenlang ignoriert und die Warnungen belächelt, ich als Allererste. Es war so, als ob das, was anderswo geschah, uns überhaupt nicht betreffen würde, als ob die bloße Tatsache, ein westliches Land zu sein, uns vor dem Übel schützen könnte. Aber die Pandemie hielt für jeden eine Lektion bereit. In der Welt von heute, die eine global vernetzte Welt ist, sind wir alle unwiderruflich voneinander abhängig. Ich hätte das ganz genau wissen müssen, ich leite an der Universität einen Kurs zur Globalisierung. Trotzdem, in jenen Wochen habe ich es nicht verstanden. Ich war mir selbst eine schlechte Schülerin. Vielleicht kommt mir deshalb, während ich dir schreibe, ein Satz von Lorenz in den Sinn: Kann der Flügelschlag eines Schmetterlings einen Tornado auf der anderen Seite der Welt auslösen?

An dem Tag, als du gestorben bist, Oma, ordnete die Regierung den Italienern an, zu Hause zu bleiben. Die Menschen in deinem Alter, aber auch die Jüngeren, waren seit Tagen erkrankt und starben durch einen unbekannten Virus. Und so wurden die Schulen geschlossen. Die Läden und Restaurants machten dicht. Die Ämter wiesen ihre Mitarbeiter an, von zu Hause aus zu arbeiten. Die Fabriken schlossen die Tore. Zu den ganz wenigen Geschäften, die noch geöffnet blieben, zählten die Zeitungskioske, wie der, in dem du bis vor wenigen Jahren gearbeitet hast, vor Alzheimer. Bücher und Zeitungen sind wesentliche Güter genau wie Mehl, Nudeln und Eier, die in diesen Tagen fast ganz aus den Regalen der New Yorker Supermärkte verschwunden sind. Am Kiosk können sich die Menschen noch treffen, sich einen Guten Morgen wünschen, durch den Stoff des Mundschutzes hindurch miteinander reden. Schnelle, ängstliche Gesten, aber trotzdem menschlich. Etwas Alltägliches in einem Alltag, der auf den Kopf gestellt wurde. 

Es gibt etwas, das du nicht weißt und das ich dir erzählen möchte. Ausgerechnet in diesen Tagen findet man in den Kiosken auch etwas von mir: Mein erster Roman ist einen Monat vor der Pandemie in Italien erschienen. Wenn du das gewusst hättest, wenn du es irgendwie geschafft hättest, diese Mauer der Kommunikationsunfähigkeit zu überwinden, die dich in eine ferne Dimension verbannt hatte, wärst du stolz gewesen. Wer hätte gedacht, dass ich an einem Januarabend mein Buch im Fernsehen vorstellen würde, während du in einem Heim für alte, pflegebedürftige Menschen lebtest. Und zufällig genau an diesem Tag blieben die italienischen Kioske für die „lange Nacht“ bis spät geöffnet, eine Protestaktion, um die Bürger auf die soziale Funktion der Kioske aufmerksam zu machen, die nach und nach verschwinden. Und ausgerechnet an diesem Abend sprach ich im Fernsehen vor allem über dich, über deine Arbeit, über den Kiosk, in dem ich aufgewachsen bin, in dem ich lesen gelernt habe, in dem meine Liebe zum geschriebenen Wort entstanden ist. Weißt du, Oma, in diesen Jahren, in denen du dich an nichts mehr erinnert hast, haben die Leute angefangen, Bücher und Zeitungen im Netz zu lesen und die Kioske sind verwaist. Trotzdem übernehmen diese Kioske, gerade jetzt, mitten in der Pandemie wieder eine wesentliche soziale Funktion. Jeder von uns ist so gierig nach dieser Viertelstunde Frischluft, in der wir rausgehen dürfen, nach dieser kurzen Begegnung mit einem bekannten Gesicht – auch wenn es nicht das Gesicht eines Familienmitglieds ist –, dass viele die Zeitung wieder am Kiosk kaufen. 

Ich bin in deinem Kiosk aufgewachsen. Meine frühesten Kindheitserinnerungen sind an den alten Eisentresen gebunden, an dem du die Zeitungen sortiert hast und auf den ich die Prinzessinnen-Abziehbildchen klebte. Ich sollte mich dort hinsetzen, zwischen Paese Sera und Il Messaggero und du brachtest mir bei, die Buchstaben mit den Klängen zu verbinden, Diphthonge auszusprechen. So habe ich lesen gelernt. Kleinen Mädchen wird immer gesagt, dass sie schön sind. Du sagtest zu mir, dass ich intelligent bin. Im Kiosk war es im Sommer glühend heiß, im Winter eisig kalt. Einmal gab es ein Loch in der Decke und beim ersten Regen war alles überschwemmt. Als ich dort ankam, sah ich, wie du auf Knien versuchtest, den Boden mit einem alten Lappen zu trocknen. Du hast überall Schüsseln aufgestellt, die wenigen Zeitungen, die noch trocken waren, hast du mit einer Plastikplane abgedeckt. Du hast über die Eigentümer des Kiosks geflucht, die das Loch nicht reparieren wollten. Du hattest Frostbeulen an den Händen. Einen entzündeten Hals vom Husten. Ich erinnere mich an deine von der Tintenschwärze verfärbten Finger. Am Daumen ging es schon gar nicht mehr weg. Sie war unter die Haut gedrungen, hatte sich unter dem Fingernagel festgesetzt. Du wusstest genau, welche Zeitung jeder Kunde kaufte. Du kanntest die Namen von allen. Es kamen Arbeiter nach Schichtende und Lastwagenfahrer, müde von den langen Fahrtstunden. Prostituierte kamen, um Liebesromane zu kaufen und alte Säufer, die nach Geld für Alkohol fragten. Manchmal warst du schroff. Mit den Säufern hattest du keine Geduld. In deinem Kiosk gab es viele Pornozeitschriften. Frauen mit großen Brüsten sahen mich von den Titelseiten an. Eine von ihnen sollte wenige Jahre später Abgeordnete werden. Das fand ich eines Abends heraus, als wir in deiner Küche saßen und Nachrichten schauten. 

Die Verwandten fällten ein strenges Urteil über dich. Du warst getrennt. Du hast allein gelebt. Du hast schlecht über die Christdemokraten gesprochen. Du bist nie zur Messe gegangen. Du hast ohne Unterbrechung geflucht. Wer hätte gedacht, dass du am Ende als Gläubige sterben würdest, dass du in den letzten Jahren jeden Sonntag in die Kirche gehen würdest. Deswegen tut es mir umso mehr leid, dass du keine richtige Beerdigung hattest. Beerdigungen sind in Zeiten der Pandemie verboten. Wir konnten uns nicht von dir verabschieden und dir auch keine Blumen bringen. Ich bin in New York geblieben. Der Luftraum wurde geschlossen. Niemand darf reisen. 

In diesen Tagen bin ich allein zu Hause mit meinen Kindern. Weißt du, Oma, vor zwei Jahren hat mich mein Mann verlassen. Es geschah eines Morgens zu Beginn des Sommers. Er hat mich sehr früh geweckt, sich neben mich ans Bett gesetzt und gesagt, dass er gehen werde. An einem Nachmittag im Juli bin ich, kaum in Rom angekommen, zu dir ins Pflegeheim gegangen, um es dir zu erzählen. Ich habe dir die ganze Geschichte erzählt, so als würde ich sie mir selbst zum ersten Mal erzählen. Ich war überzeugt, dass du mich an dem fernen Ort, an dem du dich aufhieltest, nicht hören konntest. Und dann hast du plötzlich die Augen geöffnet und gesagt: „Arianna, du bist’s, wie schön dich zu sehen!” Das war das letzte Mal, dass du mit mir gesprochen hast. Wir haben uns für einen kurzen Moment wiedergefunden und dann wieder verloren. Ich bin froh, dass du es damals nicht verstanden hast. Du wärst wütend geworden. Du hättest darunter gelitten. Es war eine sehr schwere Zeit für mich und für die Kinder. Aber jetzt ist es besser. Nach dem anfänglichen Schmerz haben wir es irgendwie geschafft, wieder zusammenzurücken. Wir wohnen nicht mehr zusammen, aber wir haben uns gern. Wir sind trotzdem eine Familie geblieben. Ich weiß nicht, ob du dich erinnerst, aber er ist Arzt. In diesen Tagen der Pandemie ist seine Praxis geschlossen. Die Patienten behandelt er am Telefon. Gestern hat er mir gesagt, dass er als Freiwilliger auf der Intensivstation arbeiten will. Ärzte werden gebraucht. Daher werden wir ihn wohl viele Wochen nicht sehen. Jetzt habe ich zum ersten Mal seit die Krise begonnen hat wirklich Angst. Auch hier sterben Ärzte. Weißt du, Oma, ich will nur, dass wenn das alles zu Ende ist, wenn wir wieder rausgehen dürfen, nicht noch jemand bei der Bestandsaufnahme fehlt. Ich will nur alle wieder umarmen können. 

In New York sind wir jetzt seit fast drei Wochen zu Hause eingeschlossen. Die Stadt hätte dir nicht gefallen, wenn du sie in den Jahren besucht hättest, als es ihr gut ging. 

Chaotisch, dreckig, ruppig, in diesen Punkten vielleicht ähnlich wie Rom, aber überfüllter, beengter, kälter. Vielleicht hättest du sie aber so geliebt, wie sie heute ist, leer, ruhig, melancholisch. Die Luft ist endlich wieder sauber, das Wasser des Flusses scheint teilweise klarer. Der Frühling ist dieses Jahr früher dran. Die Kirschbäume und die Magnolien erblühen. Die Forsythie steht in voller Blüte. Die Kraniche sind aus dem Süden zurück. Die Flussregenpfeifer zwitschern in der Stille. Weißt du, wie sie die Räuber vom Nest fernhalten? Sie erwecken ihre Aufmerksamkeit, indem sie so tun, als hätten sie einen gebrochenen Flügel. Dieser Frühling ist grausam. In der Stadt sind die Läden seit Tagen geschlossen. Die Supermarktregale sind leer, wie nach einer Plünderung. Die Amerikaner kaufen Mehl, Toilettenpapier und Munition. Revolten und soziale Unruhen werden befürchtet. Die Menschen haben Angst und kaufen Waffen. Heute leben wir in New York in einem Regime des lockdown und shelter in place. Das sind Wörter, die ich an der Universität kennengelernt habe, als sie uns beibrachten, wie man sich im Fall einer Schießerei verhält. Wenn ein Killer unterwegs ist, ist es sinnvoll, sich drinnen einzusperren. Man muss die Lichter im Hörsaal ausschalten und still sein, warten, dass der Mörder gefasst wird. Man muss drinnen bleiben, auch wenn draußen Menschen schreien, auch wenn sie von den Kugeln getroffen werden. Gerade ist es nicht viel anders. Da draußen ist ein unsichtbarer Killer unterwegs. Man muss warten, dass er vorbeigeht. Die Juden in Ägypten haben die Türen mit dem Blut von Lämmern bestrichen, das hast du mir oft erzählt als ich klein war. Sie baten den Todesengel, ohne Halt vorüberzugehen, ihre Häuser zu verschonen. Wird er jetzt auch mein Haus verschonen? In New York heulen die Martinshörner der Krankenwagen. Vor den Notaufnahmen stehen lange Schlangen. Die Kühllaster kommen, um Leichen zu laden. Ich höre meinen Sohn bei der Telekonferenz mit seiner Lehrerin. Sie lesen gerade Charles Dickens Eine Geschichte zweier Städte. Dies hier ist wirklich die Geschichte zweier Städte. Da ist das New York der Reichen, die jetzt fast alle in die Hamptons geflüchtet sind, und das der Armen, die weiter arbeiten müssen, weil sie systemrelevanten Berufen nachgehen. Die Infektionsrate ist höher unter ihnen. Armut ist die gefährlichste aller Krankheiten. Weißt du, Oma, in Amerika ist es beinahe eine Schuld, arm zu sein. Wenn du reich bist, bedeutet das, dass du die Talente, die Gott dir gegeben hat, genutzt hast. Wenn du arm bist, ist es wahrscheinlich, dass du nicht genug gearbeitet hast. Max Weber zufolge ist es der Individualismus der protestantischen Kultur, der uns dazu bringt, so zu denken. Dieses Land gibt jedem eine Chance, besagt der Mythos des amerikanischen Traums. Wenn du sie nicht nutzt, ist es deine Schuld.

Zehn Millionen Menschen haben allein in den letzten zwei Wochen ihre Arbeit verloren. Dreißig Millionen Menschen besitzen keine Krankenversicherung. In New York haben die großen Kaufhäuser Macy’s und Bloomingdales, die bei den Touristen so beliebt sind, 130.000 Menschen entlassen. Die U-Bahn hat bereits Konkurs angemeldet. Die Schulkantinen sind weiter geöffnet, um den Hunger von 750.000 Kindern zu stillen, die unter der Armutsgrenze leben. Viele der Restaurants und kleinen Läden werden nicht wieder aufmachen. Der Gemeinschaftssinn, der in dieser Stadt der großen Banken und Konzerne schon immer schwer zu finden war, wird verloren gehen. Vielleicht ist das der moderne Krieg, Oma. Ich glaube, dass du diese Tage in Quarantäne gut ausgehalten hättest. Während des Krieges hast du deinem Bruder, der sich als Partisan in den Bergen versteckt hielt, Essen gebracht. Du warst zwölf Jahre alt und es war gefährlich rauszugehen. Junge Mädchen wurden vergewaltigt, wenn man sie allein auf  der Straße fand. Du ranntest schnell zwischen den Feldern entlang, die Knie aufgescheuert, die Beine zerkratzt von den Brombeersträuchern. Das hier ist ein seltsamer Krieg, Oma. Man stirbt allein, ohne Familie, ohne Beerdigung. Der Arzt aus dem achten Stock wurde letzte Woche weggebracht. Der Portier hat mir erzählt, dass er intubiert wurde. In New York kennen wir die Nachbarn nicht. Zu viele Menschen, zu viele Wohnungen. Ich wollte ihnen eine Karte schreiben und sie unter der Tür durchschieben, aber ich fand keine Worte. 

Ein Krankenhausschiff hat seit wenigen Tagen im Hafen von New York angelegt. Im Javis Center in Manhattan wurden schon Tausende Betten bereitgestellt. Im Central Park wurde ein Feldkrankenhaus aufgebaut. General Motors und Ford haben die Produktion von Autos ausgesetzt, von heute an stellen sie nur noch Beatmungsgeräte her. Das Empire State Building erleuchtet jeden Abend in Rot. Auf der Spitze pulsiert ein Scheinwerfer wie das Licht eines Krankenwagens. Pandemien verändern die Geschichte, Oma. Athen verlor den Krieg gegen Sparta wegen der Pest. Auch Perikles starb und wie Thukydides erzählt, befolgten die Athener die Gesetze nicht mehr, weil sie glaubten, sterben zu müssen. Die Amerikaner dachten, dass das Virus hier nicht ankommen würde. Wir sind „die leuchtende Stadt auf dem Hügel“, die von Gott Gesegneten, jene, die immer auf der richtigen Seite der Geschichte stehen. Das nennt man American exceptionalism. Aber so ist es nicht. Wir haben Zeit verloren, uns nicht vorbereitet. Wir glaubten, in Sicherheit zu sein, besser zu sein. Als Politologin sollte ich versuchen zu verstehen, was danach passieren wird. Wird Amerika seine Vorherrschaft verlieren? Wird es einen neuen Krieg geben? Werden die schwachen Demokratien zu autoritären Staaten? Überlebt die Europäische Union? Werden soziale Unruhen ausbrechen? Gewinnt der Präsident auch die nächsten Wahlen? Wann finden wir einen Impfstoff? Habe ich die Türklinke desinfiziert? Wie viele Gummihandschuhe habe ich noch? Und wie viele Rollen Toilettenpapier? Verbringen meine Kinder zu viel Zeit am Smartphone? Wird es mir am Ende der Pandemie leichtfallen, Hände zu schütteln und Menschen zu umarmen? Werde ich mich wieder neu verlieben? Keine dieser Fragen kann ich beantworten. Momentan ist die einzige Gewissheit dieser Brief, das Schreiben. Später werde ich runter auf die Straße gehen. Ich werde schnell die Promenade entlanglaufen. Ich werde zur Eisenbrüstung gehen und ihn in den Fluss fallen lassen. Ich weiß, dass du ihn bekommen wirst. Du bist vor mir zur Mündung gelangt. Warte auf mich auf offener See. 

Arianna 

Aus dem Italienischen von Teresa Englert

 

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